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ARTICOLI - Lavoro e previdenza

26.05.2014 Configurabilità del contratto a progetto, illegittimità e irregolarità del licenziamento intimato via e-mail (di Alessandra De Tilla)

La fattispecie riguarda il caso di un velista professionista, atleta di fama mondiale, assunto con contratto di lavoro a tempo determinato e licenziato con email, il quale si è rivolto al Giudice Unico della Sezione Lavoro del Tribunale di Napoli al fine di vedere accertata la propria qualifica di dipendente (come timoniere scelto e tattico e, dunque, membro dell’equipaggio di una barca a vela da competizione) in forza di contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato. Il Tribunale ha ritenuto il rapporto di lavoro subordinato e a tempo determinato. La Corte di Appello ha ribaltato la pronuncia. Il caso pende, allo stato, innanzi alla Corte di Cassazione. La sentenza che si intende presentare - Tribunale di Napoli, Sezione Lavoro n. 18025/11 del 14/06/11 – nonostante non sia recentissima, pur tuttavia possiede diversi spunti di interesse, atteso che il giudice di primo grado, oltre che sulla configurabilità del contratto a progetto, ha dovuto pronunciarsi anche su ulteriori profili, quali la illegittimità e irregolarità del licenziamento intimato via e-mail, ai sensi della L. 604/66 o la nullità dell’atto di recesso, in quanto esercitato in violazione dell’art. 1, L. 604/66 e/o dell’art. 7, L.300/70 nonché di una clausola del contratto sottoscritto dalle parti. Inoltre, la menzionata pronuncia è di grande attualità perché costituisce una dei pochi provvedimenti esaustivi in materia di contratto di lavoro a progetto soprattutto riguardo le motivazioni esposte dal giudice, che sono in aderenza con la normativa applicabile e rapportata al tempo. Il contratto di lavoro a progetto, infatti, è stato sottoposto ad ulteriore riforma, prima con la L. 28/06/12 n. 92 modificata dal D.L. n. 76/2013 (così detta riforma Fornero) e successivamente con il D.L. n. 34/2014, convertito con L. n. 78/2014, che nel porre novità in materia sui contratti a termine, di apprendistato e DURC, ha rimodulato anche la figura in questione. Riconoscendo la natura subordinata del rapporto di lavoro e condannando la convenuta società al pagamento in favore del ricorrente delle somme dovute a titolo di retribuzioni dovute dalla data della mora accipiendi, oltre interessi legali e rivalutazione monetaria sulle singole differenze mensili, ricapitalizzazione di anno in anno, dal dì del dovuto all’effettivo soddisfo, il Giudice del Lavoro, in effetti, ha ricondotto allo schema del lavoro a progetto e, in particolare, delle previsioni ex artt. 61, 62 e 69 dal D. Lgs. 276/03, i requisiti della forma scritta e dell’individuazione del progetto - nonchè degli altri requisiti formali prescritti dal legislatore – puntualizzando come gli stessi debbano sussistere, non solo nella forma, come nel negozio in questione sottoscritto dalle parti, in cui, invece, la prestazione del lavoratore si appalesa eterodeterminata da superiore che fissa le date degli allenamenti e delle competizioni, assegna compiti, posizioni in barca e imbarcazioni che ritiene, in cui non solo “non vi è gestione autonoma del progetto per la semplice ragione che non è neppure individuato il progetto o la parte di progetto di competenza del velista (quindi nulla poteva gestire autonomamente)”. Nello schema contrattuale del lavoro a progetto, il disposto di cui all'art. 69 del D.Lgs. 10/9/03 n. 276 configura una presunzione legale che rende superfluo, in mancanza di progetto, l'accertamento in concreto della sussistenza della subordinazione, qualora le mansioni siano tipiche di tale tipologia di rapporto, mentre ogni altra ipotesi negoziale costituisce eccezione da provarsi rigorosamente, nei presupposti formali e sostanziali, da parte del datore di lavoro (cfr. Corte app. Firenze 26/1/2010, Pres. Amato Est. Nisticò, in D&L 2010, con nota di Irene Romoli, "Rapporto di lavoro a progetto e riforma Biagi: presunzione legale della subordinazione e inversione dell'onere della prova", 419). Si sostiene nella sentenza che il progetto non può, del resto, nemmeno essere sostituito dall’oggetto sociale poiché – come autorevole dottrina e giurisprudenza insegnano – in quanto vi è impossibilità di far coincidere oggetto sociale e progetto sta la presunzione di subordinazione di cui all'art. 69 del D.Lgs. n. 276/2003. Deve necessariamente ritenersi, ex art. 69, 1 comma, D.Lgs. 276/03, che il rapporto di collaborazione coordinata e continuativa, instauratasi senza l’individuazione di uno specifico progetto o programma di lavoro gestito autonomamente dal collaboratore in funzione del risultato, sia considerato rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato sin dall’epoca della costituzione (ex tunc), con la conseguente dichiarazione di conversione ossia di avvenuta costituzione di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato a tutti gli effetti. Tale aspetto della specificazione del progetto, e della determinazione delle mansioni con riguardo ad esso, è di così primaria importanza che la sin troppo eloquente previsione normativa di cui all’art. 69 D.lgs. 276/03 lo pone alla base dell’accertamento del giudice, il quale deve valutare la sussistenza o meno, appunto, del progetto o programma di lavoro o fase di esso (cfr. Tribunale di Torino 16/05/06 e Tribunale di Milano 23/03/06). Se per i più oltranzisti in dottrina, l’attività del progetto deve essere estranea all’attività di impresa e deve essere prevista in documento separato cui il contratto fa richiamo (cfr. BELLOCCHI – Le Nuove Tipologie di Lavoro, in La legge Delega, pp. 211 e ss.), nella opinione dominante, non corre dubbio alcuno che il progetto vada esternato, specificato ed enucleato per iscritto in contratto, sia esso attinente ma estraneo o sia esso attinente ma rientrante nel ciclo produttivo dell’azienda. E non è sufficiente un generico richiamo alla normativa del lavoro a progetto per farne ritenere la sussistenza (cfr. L. SPAGNUOLO VIGORITA, Introduzione al Convegno “Il lavoro a progetto: opinioni a confronto”, organizzato dall’Istituto di Diritto del lavoro della Facoltà di Giurisprudenza dell’Univ. degli Studi di Milano, 29/01/04, in Lav. Giur. 2004, 7, 654). E’ stato, del resto, affermato anche in una recentissima sentenza del foro partenopeo che il progetto non solo non può apparire generico ed indeterminato nel suo contenuto ma deve, altresì, essere finalizzato ad un obiettivo o un risultato estraneo all’ordinaria attività aziendale (cfr. Tribunale di Napoli n. 13151 del 6 maggio/3 giugno 2010, Giud. Pappalardo, (cfr. folio 23 in doc. 10). In ogni caso, anche nell’ipotesi in cui un rapporto di lavoro a progetto possa essersi instaurato in origine come corretto dal punto di vista della forma (ossia nel diverso caso che almeno il programma esista), epperò, in realtà, configuri, nel suo concreto svolgimento, un rapporto corrispondente alla tipologia di lavoro subordinato a tempo indeterminato, la normativa citata prevede una presunzione iuris tantum (in tal senso si veda ex pluris Tribunale di Genova 07/05/06; Tribunale di Pavia 13/02/06; Tribunale di Milano 10/11/05) e addirittura iuris et de iure (Cass. Civ. Sez. Lav. 04/07/07 n. 15050), non potendosi prescindere dalla individuazione del progetto e, quindi, della specificazione delle mansioni con riferimento ad esso. L'art. 69, D.Lgs. 276 del 2003 impone alle parti, ed in particolar modo al committente, un onere descrittivo rigoroso nel senso che, mancando un'adeguata individuazione del progetto, programma di lavoro o fase di esso il rapporto deve presumersi subordinato, con spostamento a carico del committente dell'onere di provare che esso si è svolto con modalità proprie del lavoro autonomo (cfr. Tribunale di Trapani 22/7/2010, Giud. Antonelli, in Lav. nella giur. 2010, 1142). L’introduzione del progetto/programma risponde all’intento di perseguire una “duplice finalità antielusiva” collegata al generale “scopo ultimo” di evitare, in un’ottica di trasparenza, la simulazione dei rapporti subordinati sotto l’apparenza di collaborazioni. Si può considerare: una prima finalità antifrodatoria di carattere “extraprocessuale” che obbliga le parti a ben focalizzare ex ante il contenuto del contratto, in modo da permettere al collaboratore di conoscere sin dall’inizio in modo dettagliato quale sia l’incarico affidatogli e operare con un’autonomia reale; una seconda finalità antifrodatoria di carattere “processuale” desumibile dall’esigenza di una forma scritta ad probationem per attestare l’esistenza del progetto/programma e il suo contenuto, pena la trasformazione del rapporto in a tempo indeterminato sin dall’inizio ai sensi dell’art. 61, comma 1. Inoltre il progetto, se sufficientemente dettagliato, consente di delineare in modo certo i contorni del giudizio e dell’istruttoria di cui all’art. 69, comma 2, atteso che quest’ultima non è ammissibile oltre l’ambito definito dal progetto/programma (cfr. l’interessante Tribunale Milano 3/11/2010, Est. Di Leo, in Lav. nella giur. 2011, con commento di ANNA PIOVESANA, 601). Con riferimento all’art. 69, comma 2, d.lgs. n. 276/2003, il Giudice partenopeo ha ritenuto applicabile la tesi della presunzione assoluta, nel senso che la violazione del divieto di instaurare collaborazione coordinate e continuative prive dei requisiti specializzanti viene sanzionata con l’applicazione della disciplina dettata per il rapporto di lavoro subordinato. Tale interpretazione è la più coerente alla ratio della nuova disciplina, individuata nella volontà del legislatore di reprimere l’utilizzo fraudolento delle collaborazioni coordinate e continuative per eludere la tutela del lavoro subordinato (cfr. Tribunale Trieste 23/3/2011, Giud. Rigon, in Lav. nella giur. 2011, 744). Appare evidente come il legislatore intendesse perseguire l’obiettivo antifrodatorio propostosi (il fine) tramite l’introduzione dell’obbligo per le parti di individuare, al momento dell’instaurazione del rapporto, “un progetto o programma o una fase di esso” (il mezzo). L’unica accezione delle parole “progetto” o programma”, che possa essere conforme alla finalità antifraudolenta, senza eccedere in elementi aggiuntivi o in significanti che alla medesima non appartengono, riporta semplicemente al concetto di “trasparenza” di quale sia la volontà delle parti al momento del perfezionamento del vincolo contrattuale. Adottando tale soluzione ermeneutica risulta chiaro come il progetto o programma (termini che appaiono un’endiadi) costituisca un elemento formale di carattere descrittivo che non muta la sostanza delle precedenti Co.Co.Co. dovendo solo rendere “trasparente” quale sia il concreto “incarico” affidato al collaboratore “con una descrizione” onerata da forma “ad probationem” (cfr. sempre Tribunale Milano 3/11/2010, Est. Di Leo, in Lav. nella giur. 2011, con commento di ANNA PIOVESANA, 601). I principi della giurisprudenza citata più volte, sia a proposito di progetto che di finalità anti-frodatoria del nucleo normativo di cui D.lgs. 276/03, a ben vedere, sono già egregiamente espressi all’art. 61 comma 1, ove viene data la definizione di progetto come esistenza di uno o più progetti specifici o programmi di lavoro o fasi di esso e alla necessità di specificare preventivamente il risultato produttivo da realizzare, giacché soltanto il carattere determinato e determinabile di tale obiettivo può giustificare la sottoscrizione di un contratto atipico che comporta una significativa deroga alla disciplina del lavoro dipendente (cfr. Tipologie di lavoro flessibile. Lavoro a progetto, cit. pp. 254 e ss.). Su tale punto, dunque, il precedente di merito deciso dal giudice partenopeo si appalesa inequivocabile: spetta al committente/imprenditore il compito di determinare il progetto (o programma o obiettivo imprenditoriale) e al collaboratore quello di realizzarlo, determinando in concreto la propria attività (cfr. tra tante, Tribunale Trieste 23/03/11, Giud. Rigon. in Lav. Nella giur. 2011, 744; Tribunale Milano 14/01/11, Giud. Mariani, in Lav. nella giur. 2011, 417; Tribunale Bergamo 20/5/2010, Est. Bertoncini, in Orient. giur. lav. 2010, con nota di STEFANO MALANDRINI, "Procedure di certificazione e limiti del sindacato giudiziario", 43, in Lav. Nella giur. 2011, con commento di ANNAMARIA MINERVINI, 301). Nel caso di specie sottoposto alla sua attenzione, era ben palese la ricomprensione dell’attività concretamente dedotta nel contratto de quo nell’oggetto sociale della società resistente (partecipazione a competizioni veliche in genere) e, dunque, l’assenza di progetto, unita ad una prestazione “etero-determinata” (per usare proprio le parole del giudice in prime cure), con impiego del lavoratore-atleta nelle fasi preparatorie (allenamenti) e competitive nell’ambito della competizione America’s Cup, per cui alla regolamentazione specifica del progetto si è preferita la regolamentazione della prestazione. Le modalità di esecuzione della prestazione lavorativa, assolutamente incompatibili con il lavoro autonomo e la locatio operis, emergevano infine anche dalla parziale istruttoria svolta, attraverso la deposizione dei testi. Per concludere, il rapporto intercorrente fra il ricorrente e la società resistente è stato accertato rientrare solo formalmente in un “progetto”, redatto secondo le previsioni della L. 276/03 (cfr. folio 1a in doc. 10), attraverso la previsione contrattuale delle mansioni del ricorrente, qualificate in contratto come “services”, per la quali, come esattamente messo in evidenza dal Giudice, “manca del tutto l’autonomia pretesa dall’art. 61 del DLgs 267/03”. Il riferimento contenuto nel contratto alla suddetta competizione velica poteva al massimo giustificare l’apposizione di un termine finale al rapporto di lavoro ma giammai il ricorso allo schema negoziale del cd. lavoro a progetto. Dunque, la qualificazione dell’attività lavorativa del prestatore di lavoro come a progetto è assolutamente incompatibile con i caratteri della subordinazione e, viceversa, l’individuazione dei caratteri della subordinazione non consentono di qualificare il rapporto come di lavoro a progetto giacché il progetto, come esattamente ritenuto dal giudice del Tribunale, non è considerabile altro e avulso dalla tipologia e dalla qualità del lavoro prestato dal prestatore di lavoro.

Alessandra De Tilla UIFNapoli

ALESSANDRA DE TILLA

Componente Direttivo UIF Napoli


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